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Dalla DaD alla DDI: qualche idea per la scuola che verrà

La lenta e graduale riapertura delle scuole secondarie di secondo grado un po’ in tutta Italia, dopo le chiusure forzate dovute all’emergenza sanitaria, pone insegnanti e studenti di fronte alla necessità di riadattare l’esperienza scolastica alla rinnovata possibilità delle lezioni in presenza. Più o meno tutti, ormai, abbiamo acquisito sufficiente consapevolezza del fatto che nulla sarà più come prima, e non solo per il rispetto delle regole di distanziamento sociale: la forte accelerazione digitale del 2020 ha cambiato per sempre il modo di fare scuola e certamente gli sviluppi e le potenzialità offerte dagli strumenti e dalle piattaforme online accompagneranno definitivamente insegnanti e studenti negli anni a venire.

L’irreversibilità di tale percorso ha, secondo me, almeno tre motivi:

Primo. Gli insegnanti nel corso di questo ultimo anno, hanno fatto i conti con un importante investimento in formazione e tecnologia che difficilmente verrà messo da parte. Praticamente ogni scuola in Italia ha avuto la possibilità di formare il personale, sia con risorse interne che attraverso percorsi formativi certificati, così da acquisire in poco tempo quanto era necessario per trasferire la didattica sulle piattaforme online, all’inizio, e successivamente per implementare costantemente il digitale nei percorsi ordinari. Io per primo incontro continuamente scuole di ogni ordine e grado nelle esperienze di formazione, attraversando sebbene online, l’intera penisola (anzi, se anche la tua scuola è interessata a un percorso formativo con me, contattami). Trovo quindi abbastanza improbabile che, una volta ripresa una certa normalità post-pandemia (ammesso che di questo si possa davvero parlare) tutto quanto appreso in questi mesi possa essere chiuso in un cassetto in favore di pratiche più tradizionali ormai in disuso.

Secondo. Anche gli studenti hanno iniziato a cambiare prospettiva. Una volta per tutte, la maggior parte di loro ha compreso che quello strumento, che tiene sempre in tasca e da cui con grande difficoltà riesce a separarsi, non è solo un modo per evadere rispetto alla scuola e rifugiarsi in relazioni digitali e gioco online, ma può essere davvero una risorsa preziosissima per l’apprendimento e per reperire informazioni utili alla vita quotidiana. Diciamoci la verità… Ha ancora senso, oggi, pensare a una scuola “smartphone free”, in cui i ragazzi siano obbligati a rinchiudere i propri dispositivi in un armadietto all’entrata in classe? Non ha forse più ragione di esistere una scuola che insegna a valorizzare questa risorsa, per le grandi potenzialità che possiede, ed educa gli adolescenti e preadolescenti a un uso consapevole e maturo della tecnologia digitale?

Terzo. Alla fine dei conti, penso di poterlo dire con una ragionevole certezza. L’anno appena trascorso ci ha mostrato che integrare positivamente le tecnologie digitali nei processi di insegnamento e apprendimento, costruendo così esperienze didattiche centrate sullo studente, cooperative e multimediali, può portare davvero a risultati positivi in termini di coinvolgimento, interazione, e performance. Ciò non significa – sia chiaro – che sia andato tutto bene, ne che non ci siano margini di miglioramento. Però, se non altro, abbiamo acquisito consapevolezza del fatto che ci sono aspetti della nostra professione di insegnanti che possono essere arricchiti e migliorati grazie alle tecnologie digitali e che ve ne sono altri, invece, che necessitano senza dubbio della presenza, del coinvolgimento emotivo, della carta e della penna e delle tecnologie più tradizionali. Insomma, se è pur vero che la scuola non si può far bene solo a distanza e solo con il digitale, è altrettanto corretto affermare che una buona scuola ha bisogno di un po’ di digitale nei suoi percorsi ordinari di apprendimento.

Ecco quindi che, apprestandoci a riprendere la scuola in presenza, dopo un anno come quello che abbiamo appena trascorso, dobbiamo allora innanzitutto mettere a frutto quanto di buono abbiamo imparato e, allo stesso tempo, ritrovare il gusto per il bello che lo stare con i ragazzi porta sempre con sé. Per questa ragione, i consigli di oggi sono semplicemente tre atteggiamenti che a mio avviso dobbiamo imparare a mettere da parte, per ripartire alla grande.

#1. Atteggiamento tecnicista

Il primo approccio all’implementazione del digitale che voglio suggerirvi di mettere da parte è quello che mi piace chiamare tecnicista, ossia l’atteggiamento di quanti, scoperto ciò che le tecnologie digitali possono apportare alla didattica, credono che queste risolvano da sole tutti i problemi della scuola. Sono io il primo che in questi mesi ha provato a condividere con voi l’importanza di avviare un serio processo di didattica digitale integrata, al fine di accrescere il coinvolgimento degli studenti, arricchire l’esperienza di apprendimento e migliorare i risultati conseguiti. Questo però non vuol dire che tutto quanto esistito prima sia da buttare! Anzi… se c’è una cosa che abbiamo imparato, soprattutto durante la DaD, è che ci sono aspetti del nostro lavoro che possono essere portati avanti molto bene con le tecnologie e ve ne sono altri, invece, che richiedono un approccio diverso, magari più tradizionale o comunque, diciamo così, analogico e offline.

Pensando, quindi, anche a questa fase attuale, nella quale alterniamo probabilmente momenti in presenza e momenti a distanza, tocca a noi comprendere cosa si possa fare bene online e cosa, invece, richiede la presenza e la disconnessione. Solo in questo modo saremo in grado di proporre quella corretta alternanza tra online e offline, tra digitale e analogico, che è così fondamentale in ogni esperienza di integrazione delle tecnologie nella didattica e su cui si fonda ogni proposta di blended learning.

#2. Atteggiamento disfattista

Contrapposto al precedente, l’altro approccio che vi chiedo di evitare in questa fase è quello disfattista di chi, forte anche di alcuni insuccessi evidenti che si sono manifestati durante la DaD, è portato a credere che l’utilizzo della tecnologia nella didattica sia un inutile spreco di tempo e risorse e che alla fine gli studenti siano complessivamente meno preparati e più incompetenti dei loro predecessori “analogici”. Nulla di più sbagliato. L’esperienza della DaD, infatti, ha avuto almeno due limiti: primo, era dovuta a una situazione di emergenza alla quale non eravamo assolutamente preparati e che abbiamo dovuto affrontare di fretta e in continua rincorsa (e quindi commettendo anche qualche errore… non possiamo negarlo); secondo, eravamo forzatamente a distanza e non si poteva realizzare quella necessaria alternanza di cui abbiamo parlato al punto precedente.

Quindi, anche se a distanza alcune cose – talvolta molte – non sono funzionate, questo non è del tutto colpa della tecnologia. Forse il nostro utilizzo non è stato ottimale, forse non avevamo gli strumenti adatti, forse ancora gli studenti stessi non erano pronti a un cambiamento di rotta così improvviso e repentino. Ora, però, che il processo è avviato qualche primissimo risultato comincerà anche a vedersi: affinate le tecniche e acquisita la disponibilità a trasformare il nostro metodo di lavoro, alcune delle nostre esperienze di apprendimento iniziano davvero a essere più coinvolgenti e a mobilitare una serie di competenze nuove di cui, ne sono sicuro, i ragazzi hanno fortemente bisogno.

#3. Atteggiamento nostalgico

Tra tutti, quello che mi preoccupa di più è l’atteggiamento nostalgico di quanti al ritorno in presenza pensano di riproporre una scuola pre-Covid, quasi ripristinando un backup salvato a febbraio 2020, come se tutto quanto è accaduto nel frattempo non fosse mai davvero esistito. Personalmente non ho dubbi: indietro non si torna. Sarebbe un controsenso, anche storicamente inaccettabile. Questo, lo abbiamo detto prima, non significa cedere il passo a un’innovazione non ragionata, quanto piuttosto riconoscere che il tempo è cambiato per sempre e che, pure in mezzo alle difficoltà, ha permesso di esplorare un territorio nuovo di cui da anni sentivamo parlare ma che, per motivi diversi, mai avevamo solcato realmente.

Prendiamo il buono che il tempo vissuto ha portato con sè, facciamone tesoro e, ora che ci siamo scoperti – per così dire – “ignoranti” su alcuni temi, continuiamo a formarci. A poco a poco tutte le nostre fatiche verranno ripagate. Ce lo chiedono quegli studenti che hanno bisogno di una scuola che parli davvero alla loro vita, così ostinatamente contaminata di tecnologia. Diamo loro uno spazio educativo in cui comprenderne le potenzialità e riprenderne il controllo in modo da crescere cittadini di un tempo che affronta il cambiamento con coraggio e fiducia.

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